#MESEBOREALE: Il Canto dell’Essere e dell’Apparire, Cees Nooteboom

Anche questo luglio, come i due anni precedenti, torna il #meseboreale, la serie di articoli che dedico alla letteratura del Nord Europa.
Per cominciare questa nuova edizione, quest’anno partiamo dai Paesi Bassi: lo scrittore di cui parliamo è Cees Nooteboom, e l’opera che ho deciso di recensire è Il Canto dell’Essere e dell’Apparire, libro tanto breve quanto prezioso.

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom (L’Aia, 1933) è considerato uno dei più importanti scrittori olandesi contemporanei. Autore a tutto campo, ha scritto romanzi, saggi, poesie, libri di viaggio (tra i quali suggerisco il sublime Cerchi Infiniti. Viaggi in Giappone), ed è inoltre traduttore di testi poetici e teatrali. La sua opera narrativa, che è stata riconosciuta negli anni dall’assegnazione di svariati premi, lo ha visto esordire nel 1955 con il romanzo Philip e gli altri, mentre il libro di cui vado a parlare oggi, Il Canto dell’Essere e dell’Apparire, è del 1981 ed è considerato uno dei capolavori dello scrittore. Il libro più recente di Nooteboom pubblicato in Italia è 533. Il libro dei giorni, edito da Iperborea, in libreria dall’inizio di questo luglio.

Le trame della narrativa Nooteboomiana volgono, spesso e volentieri, alla riflessione profonda e alla contemplazione di uno o più temi, con l’implicito intento finale di portare l’esperienza del lettore ad un’elevazione. Leggendo i libri di Cees Nooteboom si percorre quello che potremmo definire un percorso formativo, che instilla in ognuno di noi gocce di erudizione. Una volta concluso il libro ci si sente arricchiti dentro, con la consapevolezza che qualcosa di nuovo si è aggiunto alla nostra esperienza.
Così succede anche per Il Canto dell’Essere e dell’Apparire. La storia è quella di uno scrittore alle prese da lungo tempo con una storia che non riesce a concludere; la trama che ha in mente è più o meno questa: in uno scenario come la Bulgaria ottocentesca sono presenti due personaggi, un colonnello e un medico. Il medico ha una bella moglie, e il colonnello finirà per innamorarsene.
Qualcosa però si inceppa nel processo di elaborazione dello scrittore, che finisce col diventare ossessionato da questo racconto in stato embrionale: più la trama dei suoi personaggi va avanti, più lui si dissocia dalla realtà, diventando sempre più coinvolto in quell’immaginario che lui stesso ha creato. La perdita del controllo e del contatto con il mondo reale si fa sempre più vicina. E questo apre la riflessione, filosofica e profonda, su un tema come la scrittura: che senso ha creare continuamente nuove narrazioni (che di conseguenza sono finzioni, realtà altre) quando la vita stessa è essa stessa una mescolanza di miliardi di narrazioni?
Che cos’è la scrittura?, dunque, e soprattutto, cosa spinge gli scrittori a scrivere? Già altri autori hanno provato a fornire una risposta, a trovare una spiegazione soddisfacente per giustificare quell’energia interiore ed incontrollabile che innesca tutti e cinque i sensi, acuisce la percezione e l’immaginazione e rende possibile la scrittura. Il personaggio dell'”amico” dello scrittore, un romanziere che ha avuto successo, è pragmatico quando si tratta di esporre la sua visione sul tema: scrivere non è altro che un’attività come tante altre. Il compito dello scrittore è quello di raccontare una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine. Punto. Non c’è spazio per la magia insita nell’atto della scrittura, per il significato che una storia ha e può avere per lo scrittore e per i lettori. La scrittura intesa dall’amico dello scrittore è un mero prodotto d’intrattenimento, senza alcun significato più alto.
Le due visioni sono quindi polarizzate: da una parte abbiamo lo scrittore, preda della storia che sta scrivendo e sempre più pericolosamente distaccato dalla realtà; dall’altra parte, invece, abbiamo l’amico dello scrittore che in un libro non vede nient’altro che pagine di carta intrise d’inchiostro.
Ed il lettore, mentre i capitoli della storia ambientati in Bulgaria si alternano a quelli riflessivi, è portato a riflettere a sua volta: chi ha ragione dei due? Esiste una versione migliore sul tema? Quale potrebbe essere?

Come dicevo in apertura di questo articolo, questo libro è tanto breve quanto prezioso: in poco più di 100 pagine Cees Nooteboom è capace di stimolare il lettore con spunti di riflessione interessanti e al tempo stesso intrattenerlo con uno stile inconfondibile. Se non avete mai letto niente di suo, è proprio un autore che dovreste recuperare.