Cereali

Scesi dal bus navetta e mi avviai verso l’ingresso. Era mattina presto, perciò l’aeroporto era ancora avvolto in un soporifero tepore. Gli esercizi erano ancora chiusi, e al gate poche persone dormicchiavano, sfogliavano riviste, parlavano sottovoce. Mi sedetti e tirai fuori il cellulare dalla tasca: nessun nuovo messaggio. Sospirai, poi lo rimisi via e tirai fuori un libro. Dopo un po’ di tempo iniziò la procedura d’imbarco. Provai di nuovo a controllare le notifiche, ma anche stavolta niente di nuovo. L’ultima chance per rimanere era svanita.


Passare mesi interi lontano da casa non fu per niente facile. La vita può non essere così elettrizzante a migliaia di chilometri dal posto dove sei nato e cresciuto, anche se molti miei coetanei l’avevano idealizzata proprio così, come se non ci fosse nessuna alternativa più allettante del vivere in un continente diverso, tra gente che non ti conosce né parla la tua lingua, dovendo ricominciare tutto da capo. Io la trovavo una prospettiva piuttosto triste. Ma un giorno l’azienda per la quale lavoravo mi propose una promozione significativa, a patto che mi trasferissi per tre anni come rappresentante estero presso una delle loro filiali. In principio pensai di rifiutare, dopotutto avevo una ragazza e dei progetti importanti nel mio paese, ma dopo una litigata piuttosto feroce – c’entrava sicuramente il mio lavoro, lo potevo intuire – lei non mi parlò per svariate settimane. Così ebbi la reazione impulsiva di accettare l’offerta della compagnia.

Arrivai nel paese straniero in autunno inoltrato, e il senso di alienazione fu immediato: ero estraneo a quel contesto, e tale rimasi. Al lavoro i colleghi erano gentili, ma la loro era una cortesia di circostanza, e dopo un paio di inviti a cena che accettai malvolentieri smisero quasi del tutto di considerarmi. Iniziai a pensare di aver commesso uno sbaglio ad accettare quell’incarico, ma ormai non potevo tornare indietro, avrei perso la faccia e probabilmente anche il lavoro. Cercai quindi di tenere duro, concentrandomi sui lati positivi di quell’esperienza in un paese lontano. Avevo molto tempo libero, perciò cominciai a passeggiare nei dintorni, cercando di esplorare la città. Osservai la gente del posto, e anche in quel caso percepii la loro diffidenza nei miei confronti. Non riuscivo a farmi capire: non conoscevo la loro lingua e loro non conoscevano la mia; usavamo una stentorea lingua franca per intenderci. Non mangiavo fuori spesso, di solito passavo nei supermercati, dove il freddo monitor delle casse automatiche mi indicava la cifra corretta da pagare.

Arrivò l’inverno, e con esso il sole cominciò a tramontare presto. Mi venne meno voglia di passeggiare fuori, con le rigide temperature e l’aria fredda che mi congelava fino alle ossa. Passavo gran parte delle mie serate nell’appartamento che l’azienda aveva affittato per me, guardando le luci della città dalla grande finestra della mia camera. Controllavo spesso il cellulare, cercando qualche notizia sulla mia ragazza – potevo ancora considerarla tale? – sui social, ma sembrava praticamente sparita da ogni profilo. Passai notti intere a rileggere i messaggi che ci mandavamo con regolarità fino a pochi mesi prima della mia partenza: ogni “ti amo” che passava davanti ai miei occhi mi provocava una piccola fitta.


La svolta a quell’esperienza accadde in una gelida mattinata di gennaio. A causa di una bufera di neve della notte precedente alcune linee ferroviarie erano state sospese, tra cui la mia. Il mio responsabile mi telefonò quel mattino per comunicarmi di prendermi la giornata libera. Lo ringraziai per la chiamata e riattaccai, poi aprii il frigo per fare colazione ma mi accorsi che non c’era più niente da mangiare. Mi costrinsi, anche se di malavoglia, ad uscire di casa. Per qualche strano motivo, quel giorno non andai al supermercato più vicino. Non saprei spiegare bene cosa mi spinse ad allungare la strada: forse vedere tutta quella neve sparsa per la città doveva avermi messo di buon umore. Sta di fatto che decisi di andare ad un market più piccolo nel quale ero stato una sola volta – mi tornò alla mente che in quel posto avevo comprato dei cereali davvero niente male. Questo minimarket si trovava ad altri dieci minuti di cammino, ma la condizione delle strade mi fece impiegare quella che mi parve un’eternità. Una volta arrivato, la porta a scorrimento automatico si aprì, mostrandomi il posto completamente deserto. Evidentemente qualsiasi persona assennata aveva pensato bene di passare la mattinata a casa, avendone la possibilità. La cosa più strana, però, fu che quel posto sembrava sprovvisto di proprietario. In compenso, vicino all’ingresso era stata installata una cassa automatica. Mi avviai verso gli scaffali che ospitavano le varie marche di cereali.
Fu proprio in quel momento, mentre notavo con disappunto che i miei cereali preferiti non c’erano, che sentii la porta scorrevole aprirsi di nuovo. D’istinto alzai lo sguardo per vedere chi fosse entrato, e con enorme sorpresa mi accorsi che si trattava della migliore amica della mia ragazza. All’inizio rimasi completamente spiazzato: cosa ci faceva in quel posto? Poi mi tornò in mente che anche lei si era trasferita nel paese da circa un annetto, si era sposata con un uomo piuttosto ricco, che per lavoro viaggiava molto ma che come casa principale aveva un appartamento proprio nella città dove lavoravo. Me ne aveva parlato la mia ragazza – potevo ancora chiamarla così? – ma io me l’ero completamente dimenticato. Lei si accorse della mia presenza quasi subito, anche perché il market era piccolo e dentro c’eravamo solamente noi due. Subito la sua reazione fu di festa, mi venne incontro, abbracciandomi, seguitando a farmi le domande di rito: ma che ci fai qui?, come stai?, da quanto tempo!, e così via.
Cominciai a balbettare qualcosa in risposta, un po’ perché non mi aspettavo di incontrare qualcuno di così familiare in un posto così estraneo alla mia vita, e in secondo luogo erano passati svariati giorni (se non settimane) dall’ultima volta che avevo usato la mia lingua. Poi, non so per quale motivo, iniziai a raccontarle della mia camminata alla ricerca dei cereali, e poi ovviamente avrei iniziato a parlare del lavoro, del perché mi trovassi lì… ma poi mi venne in mente che sarei finito a parlare della mia ragazza, e quindi mi bloccai a metà frase. Lei mi guardò con curiosità, chiedendomi perché mi fossi fermato. Inventai una scusa di poco conto, che non ricordo neanche più, lasciando morire il discorso. Dopo un attimo di silenzio, la mia amica mi propose di vederci quella sera, così da poterci raccontare un po’ tutto quello che ci era passato dall’ultima volta che ci eravamo visti. Accettai volentieri e lei mi mandò l’indirizzo di casa sua sul cellulare, dicendomi che doveva assolutamente presentarmi al marito. Dopodiché fece in velocità la spesa, pagò alla cassa automatica e se ne andò, salutandomi e rinnovando l’appuntamento di quella sera.

Io alla fine ripiegai su un’altra marca di cereali: optai per quella con la scatola più simile a quella che avevo preso l’altra volta, poi comprai a caso una bottiglia di vino da portare a casa della mia amica – non ero mai stato un grande intenditore di vini, perciò mi affidai al prezzo, scegliendone uno né troppo economico (da pezzente) né troppo costoso (da snob). Sulla via di casa, mentre cercavo di stare in equilibrio sul marciapiede ghiacciato, mi venne in mente un particolare della conversazione avuta poco prima. Lei non aveva parlato della mia ragazza. Non mi aveva nemmeno chiesto come stesse, se mi mancasse o per lo meno se fossimo ancora insieme. La cosa mi fece riflettere: dunque sapeva che avevamo litigato? O c’era dell’altro che ignoravo? Dovevo scoprirlo, e quella cena poteva essere un’ottima occasione per farlo.

Passai molto tempo in camera quel giorno, aspettando che il sole scendesse. Restai per un tempo indefinibile seduto sul letto a guardare fuori dalla finestra. Quando arrivò la sera, più o meno un’ora prima di uscire, presi una manciata di cereali e me li misi in bocca. Non riuscivo a capire quali fossero migliori: preferivo quelli della prima volta o questi nuovi? Ero confuso: sotto un certo aspetto mi piacevano entrambi, ma dall’altra parte mi facevano entrambi abbastanza schifo.

E così arrivò l’ora prestabilita per la cena a casa della mia amica. Mi presentai puntale. Mi accorsi che effettivamente la residenza della mia amica era uno dei grattacieli più alti della città. All’ingresso trovai un portiere vestito di gran lunga più elegante di me: sfoderando una pronuncia impeccabile della mia lingua, mi chiese se fossi lì per la “signora” – disse proprio così. Visto che probabilmente eravamo le uniche due persone del nostro paese che si trovavano in quella città, annuii. Il portiere fece un cenno cortese con il capo, e mi invitò a seguirlo verso l’ascensore.

“L’appartamento della signora è l’ultimo a destra in fondo a questo corridoio” mi disse l’uomo quando uscii dall’ascensore. Mi trovavo ad uno dei piani più alti dell’edificio. Percorsi il corridoio in penombra fino a trovarmi di fronte all’ultima porta a destra. Da dentro proveniva una leggera musica strumentale, e anche se era ovattata dai muri e dalla porta intuii che si trattava di jazz. Roba di classe, pensai, e subito mi pentii di aver scelto un vino mediocre.

Suonai il campanello. La mia amica venne ad aprirmi: indossava un abito da sera molto elegante, era uno schianto. Di nuovo mi vergognai di essere vestito di una semplice camicia bianca abbinata a pantaloni e giacca nera, esattamente lo stesso tipo di abbigliamento che usavo per andare in ufficio. La mia amica mi fece visitare la casa: un salotto gigantesco, una cucina magnifica, luci ben distribuite. Notai anche un ottimo impianto audio, dal quale usciva la musica jazz che avevo sentito prima. Una scalinata conduceva al piano di sopra, dove probabilmente c’era la camera da letto. La mia amica mi chiese “hai fame?” e non potei fare a meno di annuire. Fu allora che mi accorsi che la tavola era apparecchiata solo per due persone. Appoggiai la bottiglia di vino sul tavolo e le chiesi il perché di quella cosa. Mi rivelò che il volo del marito aveva subito un ritardo, e che quindi non sarebbe riuscito a raggiungerci. Anzi, visto che era bloccato in un altro paese ne aveva approfittato per cambiare il suo volo e andare in un altro posto, anticipando un meeting che aveva in programma. Quella spiegazione mi sembrò un’enorme scusa, ma preferii non indagare oltre, né lei me ne diede il modo, cambiando discorso e invitandomi a tavola.

Per tutta la cena cercammo di evitare le uniche due domande che non potevano essere fuggite. Ma stavamo giocando una partita a scacchi con le nostre paure e le nostre curiosità, e prima o poi sarebbe giunto il momento dello Zugzwang, una parola tedesca che indica quel momento della partita in cui lo scacchista deve muovere uno dei propri pezzi sapendo già di doverlo perdere. È una mossa obbligata, che può includere anche lo scacco matto. E infatti, finito il dolce, la mia amica finalmente si decise a chiedermi come andassero le cose con la mia ragazza. Scacco matto.

Che potevo rispondere? L’unica verità che potevo dirle era che non la sentivo da mesi, e la cosa mi faceva molto male. Dunque le dissi la verità, omettendo però il fatto che mi mancasse. A quel punto ritenni lecito chiederle se l’avesse più sentita durante quell’anno che aveva passato all’estero. Ma con mia grande sorpresa anche lei doveva confessarmi di non aver più avuto sue notizie. Le chiesi il perché di quella cosa, e lei mi disse semplicemente “è colpa mia”. La mia ragazza le aveva scritto spesso, ma lei ad un certo punto non aveva più risposto. Le chiesi ancora perché, ed in quel momento sancii il suo Zugzwang: la mia amica mi rivelò di aver divorziato già da tempo con il marito, e che non aveva messo al corrente la mia ragazza di quella cosa perché si vergognava troppo. L’idea di dover ammettere di aver fallito, o addirittura di tornare a casa, le faceva venire un senso opprimente di soffocamento. Così ora era divorziata, l’ormai ex marito le aveva lasciato quell’appartamento e negli ultimi mesi era uscita solo per fare la spesa. E quel giorno il destino ci aveva fatto incontrare: la guardai negli occhi, cercando di capire in quante cose fossimo simili. Dopotutto avevamo entrambi fallito su vari fronti, ed entrambi avevamo appena perso una storia d’amore che consideravamo importante. Le proposi di finire la bottiglia di vino insieme, come brindisi alla nostra sfortuna. Un modo come un altro per urlare il nostro disprezzo a quella vita infelice. Lei prese la bottiglia, e guardandomi versò il resto di quel vinello nel lavandino. Mi disse di andare a sedermi sul divano, avrebbe portato roba migliore – e più forte.

Non sono mai stato un gran bevitore, e probabilmente avrei fatto meglio a ringraziare per l’invito e declinare la sua offerta di continuare a bere. Ovviamente rimasi. E naturalmente bevemmo troppo, entrambi. Finimmo così per parlare di cose come la politica, la filosofia e chiaramente il sesso, da quanto tempo non lo facevamo e quanto ci mancava avere qualcuno con cui andare a letto.

Poi lei mi chiese quando era stata l’ultima volta che avevo baciato la mia ragazza. Mi resi conto di non sapere la risposta.

Bevemmo ancora, come non avevo bevuto mai in vita mia. E finimmo per fare sesso, per concludere la serata con uno dei più classici cliché. Fu un rapporto strano per me: l’alcol mi aveva levato tutti i freni inibitori, così trovai la forza di baciarla senza troppo pensare a quello che un’azione del genere avrebbe comportato. Ma c’era qualcosa di strano. Mi parve che, invece di fare sesso con la mia amica, io stessi cercando di farlo ancora con la mia ragazza.

Le mie mani cercavano di rievocare la sua pelle, mentre invece le facevo scorrere sulla schiena di quest’altra donna. Cercai invano di sentire, attraverso il tatto, gli aspetti che avevo dimenticato di lei: la consistenza dei capelli era diversa; quando provai a stringerle i seni, notai che questi erano più grandi di quanto ricordassi; lo stesso toccare le sue labbra mi restituì qualcosa di diverso da quanto mi aspettavo. La mia amica dovette intuire quello che stavo mettendo in atto, perché d’un tratto mi disse che non voleva più stare sopra. Pertanto, mi chiese di prenderla da dietro. Eseguii meccanicamente la posizione, cercando di terminare il prima possibile. Ci volle un po’, forse a causa dell’alcol: non riuscivo a muovermi bene e un paio di volte scivolai persino fuori da lei. Per venire pensai alla mia ragazza, a tutte le volte che lo avevamo fatto, a tutta la passione che ci mettevamo. Il ricordo mi faceva male, ma ormai non aveva più importanza, considerando che quella era una delle sere in cui ero caduto più in basso in assoluto. Il ricordo di lei mi fece muovere più velocemente e con maggior energia. Mi accorsi che anche la mia amica si stava muovendo con più trasporto di prima. Forse anche lei si stava eccitando pensando a qualcun altro. Dopo un po’ la sentii mugolare il suo orgasmo, così mi lasciai andare e riuscii a venire anch’io.

Ci sdraiammo sul divano ormai tutto sfatto dal nostro rapporto. Lei mi dava la schiena e non parlava. “Mi riprendo solo un secondo”, dissi, ma in realtà finii per addormentarmi dopo pochi minuti.

Dormii un sonno profondo e senza sogni, e quando mi risvegliai una luce tenue illuminava la stanza. Mi guardai intorno: nessuna traccia della mia amica. In compenso mi accorsi di avere addosso una coperta che probabilmente lei mi aveva messo dopo essersi resa conto che mi ero addormentato. Sotto la coperta, il mio corpo nudo s’irrigidì per lo sbalzo termico con l’ambiente circostante. Trovai i miei vestiti dove erano stati lanciati la sera prima, buttati su una poltrona vicino al tavolino dove erano ancora presenti i bicchieri di vetro e le bottiglie di liquori che avevamo bevuto. Mescolati ai miei vestiti trovai le sue mutandine, il vestito elegante ed il reggiseno. Li riposi docilmente sul divano, e cercando di fare meno rumore possibile mi rivestii. Dovevo assolutamente andarmene da lì, prima che la bomba di pensieri che avevo in testa mi esplodesse tra le mani. Rimanere in quella casa avrebbe causato una marea di guai e di problemi non necessari. L’ultima cosa di cui avevo bisogno, mi parve in quel momento, era quella di insinuare ulteriori dubbi nella mia vita. Mi avviai alla porta a passo felpato, buttai un occhio alla cucina, al tavolo dove ancora c’era la bottiglia di vino che avevo comprato al minimarket. Vicino alla bottiglia, ironicamente, notai una scatola della marca di cereali che ero andato a cercare senza successo. E questo mi fece pensare che, se avessi deciso di andare al solito supermercato dove facevo la spesa, invece che allungare la strada per cercare quei cereali, niente di tutto ciò sarebbe accaduto. Probabilmente avremmo continuato ognuno con le nostre vite solitarie, ignorando che entrambi abitavamo in quella città. Quel pensiero mi diede una grande tristezza. Probabilmente la mia amica si era già svegliata ed aveva già fatto colazione, e con ogni probabilità non si trovava in casa. Non sembrava esserci anima viva in quel posto, mentre fuori dalla finestra la città fremeva di vita.

Così mi misi le scarpe e uscii, perdendomi nell’anonimità del traffico cittadino. Tornai a casa. Passai molto tempo in silenzio, cercando di isolare i rumori esterni. Provai a capire come mi sentissi in quel momento, ma non mi vennero in mente pensieri definiti. Giunse in fretta la sera, e la luce del sole che tramontava mi ridestò da quell’impasse: mi costrinsi ad uscire. Misi il cappotto più pesante che avevo e mi avviai al parco vicino all’appartamento. A quell’ora non c’era nessuno per le stradine del parco, erano tutti impegnati altrove. Camminai in tranquillità, perdendomi a guardare i rami innevati dei sempreverdi che circondavano la zona. Non pensai a nulla in particolare, solo a quanto potesse essere strana la mia vita in quel momento, a quali casualità del destino l’avessero resa così. Trovai una panchina completamente sgombra di neve, mi sedetti ed iniziai per la prima volta a riflettere sul significato di quanto mi era successo. Proprio nel momento in cui cominciai a fare questi ragionamenti, il mio cellulare mandò una leggera vibrazione. Con calma lo estrassi, e i miei occhi videro che avevo una nuova notifica. Si trattava di un messaggio.